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4.5.09

Cinema: l'identikit del pirata italico

PIRATI E NON PIRATI
I dati raccolti dalla FAPAV in collaborazione con IPSOS riguardo la pirateria dell'audiovisivo in Italia sono molto interessanti: una cosa simile da noi non è mai stata fatta. Ma vanno letti con attenzione e soprattutto tenendo a mente la metodologia utilizzata. Il criterio applicato, cioè quello delle interviste domiciliari (fatte di casa in casa e non al telefono), è infatti più affidabile di altri. Ma la confessione di quello che è un atteggiamento percepito come erroneo (oltre che un reato non sanzionato) può rivelare dei problemi che infatti sembra di intravedere.

Di certo però ci sono i numeri. Il 32% del campione di 2000 individui intervistati si è dichiarato in qualche modo pirata, sia per i file scaricati dalla rete (21% del totale), che per i DVD comprati sulle bancarelle (17%) o per la cosiddetta pirateria indiretta (24%), vale a dire i film pirata visti o prestati da amici. In più ognuno ha dichiarato di aver esercitato almeno una volta tutte e tre le forme di pirateria.

Il pirata online inoltre è generalmente giovane (tra i 15 e i 24 anni), ha un diploma di scuola media superiore e sta studiando, vive nel nord-ovest ed è un forte utilizzatore di tecnologia. Diversamente invece il pirata fisico ha almeno 33 anni, generalmente vive al sud, ha un diploma di scuola media inferiore, è sposato ed ha un lavoro impiegatizio.

Certo, a dominare sempre di più è Internet: la pirateria fisica è in calo e quella digitale in aumento. Nonostante rimangano la forma più praticata di reperimento di contenuti online, anche il peer to peer e il download sono in calo a favore dello streaming. Ad oggi il 20% vede film illegalmente scaricandoli mentre il 3,8% solo li guarda in streaming, ma tutti concordano sulla possibilità che in futuro i numeri si invertano.

I film in questione sono soprattutto di prima visione, almeno nel 60% dei casi (e il 20% di questi non è ancora al cinema), mentre un sorprendente 30% è costituito da titoli più vecchi. Tutti comunque (96%) sono in lingua italiana. Il pirata sarebbe più raffinato nelle sue esigenze di quanto non lo si dipinga, tanto che solo nel 10% dei casi è insoddisfatto del livello qualitativo di ciò che trova, mentre nel caso di pirateria fisica lo è nel 30% dei casi. Forse è anche questa ricerca e questa "professionalità" nell'offerta ad indurre il pirata a non percepire l'illegalità di ciò che fa. Il 60% infatti sa bene che è reato ma poi non lo percepisce come tale: anche i non pirati non lo percepiscono come tale e non condannano chi, diversamente da loro, vede film illegalmente.

Il discorso però si fa purtroppo più ostico nel momento in cui vengono illustrati i dati qualitativi, quelli cioè derivati da interviste in profondità e finalizzati a comprendere le abitudini del pirata e il suo modo di vedere il cinema. Più ostico perché il ritratto finale non collima molto con quanto siamo abituati a vedere, con i pirati che conosciamo e con la logica dell'atto. La metodologia seguita in questo caso è stata quella dei focus group (cioè delle interviste collettive di diverse tipologie che vadano più a fondo) con teenager, bambini e adulti. Cosa che ha lasciato fuori la fascia 20-30 anni, una delle più coinvolte, a detta dei dati stessi.

Il risultato è che per il pirata il PC è "il fulcro attorno al quale gravita gran parte del proprio tempo libero, una chiave di accesso al mondo, molto investita emotivamente con cui sta spessissimo in stretta connessione" e il film è "un contenuto da consumare subito e in quantità, la visione perde la cornice di riferimento e qualsiasi argine andando in deroga sulla qualità audiovideo senza problemi. La visione avviene soprattutto a casa e sul PC come riempitivo di tempi morti".

Il non pirata (non c'è un nome che lo identifichi se non in relazione ai pirati) vede il PC come "un'opportunità tra le altre, un canale di comunicazione e di divertimento ma non totalizzante del proprio tempo libero e dei propri interessi" e il film è "intrattenimento ma anche un oggetto dal valore culturale distintivo e la visione è caratterizzata da una precisa ritualità peculiare dunque la qualità è un prerequisito. La visione avviene soprattutto al cinema e quando è domestica se ne salvaguarda la specificità".

Ciò che non sembra tornare è innazitutto il discorso sulla qualità. Il pirata sarebbe noncurante della qualità perché consuma e non vede film, ma poi nella parte quantitativa della ricerca si spiega come in realtà giudichino soddisfacente la qualità delle copie pirata (che in effetti spesso è alta). Oltre a questo poi è strano come il pirata sembri meno interessato al cinema sebbene veda più film del non pirata (perché oltre alle copie illegali va anche al cinema) e poco acculturato, quando i dati lo identificano come dotato di diploma di maturità e studente universitario.

Inoltre durante la presentazione dei dati sono stati mostrati anche delle inquietanti illustrazioni, che per motivi di privacy non sono stati diffusi alla stampa ma che avevano un ruolo che è apparso, forse, in fondo non troppo diverso da quello del plastico nelle ricostruzioni televisive dell'omicidio di Cogne. Era stato infatti chiesto a dei bambini probabilmente di età inferiore ai 13 anni di disegnare "la visione di un film".

I disegni dei bambini che piratano o che hanno confidenza con la pirateria erano piccolissimi in fogli grandi e senza colori! Li ritraevano piccoli rispetto al resto ed erano sostanzialmente privi di qualsiasi stimolo. In due parole: tristi e raggelanti. Al contrario i disegni dei bambini estranei alla pirateria erano grandi, giocosi, fantasiosi, colorati e pieni di idee. Lecito interrogarsi su quanto si sia cercato di comunicare con questo tipo di rilevazione. Sembrerebbe che i bambini che seguono tutte le regole siano più fantasiosi e creativi di quelli che invece agiscono al di fuori dagli schemi imposti dalle autorità. Che dunque chi pirata poi sia grigio dentro. Il messaggio accluso a questa esposizione è apparso esplicito: un augurio che i nostri bambini non siano come quelli che piratano.

ALIMENTARE IL MERCATO
È stato anche detto che la pirateria ha sottratto al cinema un volume d'affari per quasi 600 milioni di euro. Una cifra calcolata chiedendo ad ogni intervistato cosa avrebbe fatto se non avesse trovato l'ultimo film che ha piratato. A seconda del tipo di risposta ("Sarei andato al cinema", "l'avrei noleggiato", "l'avrei cercato in tv" oppure "niente") sono stati valutati i soldi persi del noleggio o dei biglietti e poi si sono moltiplicati questi dati per tutti i film piratati. Un dato presentato come ufficiale, ma che poi il presidente della FAPAV Filippo Roviglioni, interpellato sulla questione, ha commentato come "Non è preciso ma grosso modo i soldi sono quelli".

Non è stata poi fatta menzione del fatto che secondo i dati Cinetel (che è l'organo ufficiale di rilevazione) dal 2003 ad oggi i biglietti staccati sono aumentati e non diminuiti. Mai, nemmeno un anno (l'unica eccezione è stato il passaggio 2007/2008, ma in quel caso, lo dicono gli addetti ai lavori, il calo è stato dovuto al fatto che il 2007 sia stato un anno eccezionale per numero di blockbuster usciti) e allo stesso modo dal 2003 ad oggi le vendite di DVD sono aumentate sempre di anno in anno (dati Univideo). L'unica cosa che è calata (vertiginosamente) è stato il noleggio. Il pirata dunque va anche al cinema e compra i DVD, pure di più che in passato. Cioè, come è normale che sia, più vede film più si appassiona al cinema. Interpellato sulla questione, sempre Filippo Roviglioni ha sostenuto che non sia vero che i biglietti sono aumentati. Informato sulle fonti dei dati ha dichiarato che "Qui si fa un discorso più in generale, in Italia c'è una legge che va fatta rispettare".

C'è stato infine anche spazio per ipotizzare dei possibili rimedi. La FAPAV ha spiegato come la ricerca sia stata fatta per essere uno strumento utile nelle mani del governo, sperando che anche grazie alla commissione da poco attiva si possa giungere ad un rimedio. FAPAV suggerisce una strada decisa sul modello francese. A tal proposito Roviglioni ha raccontato anche dei primi timidi tentativi mossi dalla Federazione: "Un mese fa con un software trovammo un certo numero di persone che scaricavano film e musica. Andammo dal magistrato molto contenti, con nome e cognome, il magistrato ci chiese come li avevamo ottenuti e visto che ovviamente i pirati in questione non erano consenzienti ci disse che rischiavamo di essere inquisiti per violazione della privacy. Siamo andati allora a parlare con il numero due in materia di privacy che ci ha detto solamente come condivida il nostro senso di impotenza e frustrazione".

Nella stessa direzione si è pronunciato il sottosegretario alle comunicazioni Paolo Romani: "Noi in Europa siamo vicini alla posizione francese e al momento l'unico dubbio che abbiamo è solamente se agire prima o dopo l'intervento della magistratura". Si è insomma parlato di "mettere un filtro a questi siti" (sic!) fino a che non sono entrati nella discussione alcuni registi e produttori cinematografici intervenuti alla presentazione, i quali si sono dimostrati di opinione diversa, proponendo in alcuni casi di impugnare soluzioni che sembrano accordarsi meglio all'andamento del mercato.

È stato Paolo Virzì il primo a prendere la parola con una certa verve, difendendo la propria categoria (poi, a presentazione finita ha anche candidamente ammesso di aver calcato la mano perché poi lui è in prima persona è un regista e proprio per questo gli spetta decidere di queste cose). Ha lanciato una forte accusa agli ISP, che ritiene i veri colpevoli: "Un ragazzino paga 50 euro al mese per una connessione a banda larga e quelli sono soldi rubati al cinema!". Il regista di Tutta La Vita Davanti propone di combattere la pirateria senza perseguire chi scarica ma con un'alternativa legale migliore: "Dobbiamo essere noi a mettere online i film di un anno fa, in ottima qualità, pieni di extra e di cose ganze! E devono costare poco, 50 centesimi o un euro".

Ripresa la parola, Roviglioni ha tenuto a prendere le distanze dall'attacco agli ISP e anche dal rimedio giudicato forse appropriato ma comunque in questo momento poco efficace: lo scopo principale sarebbe quello di lottare contro la pirateria.

Anche l'intervento seguente però è andato nella direzione di quello di Virzì, anzi anche più in là, con una proposta ancora più interessante, quella di Enrico Vanzina. Si è espresso a favore dell'azzeramento della finestra distributiva: "Andiamo al cinema, in dvd, in tv e in rete con un film nello stesso momento poi ognuno sceglie come vederlo". Un'idea che ronza da tempo e che in sostanza dà ai pirati esattamente ciò che già hanno ma meglio e ad un prezzo contenuto.

Anche i produttori, rappresentati da Riccardo Tozzi di Cattleya (Mio Fratello È Figlio Unico, Solo Un Padre), si sono detti più che favorevoli a mettere in piedi un'alternativa legale a prezzi modici: "Con i volumi di Internet che volete che ci voglia a farli costare poco?".

Viene da chiedersi dove sia il problema se tutti i produttori di contenuti sono d'accordo. Viene allora in aiuto Warner che fa sapere come si stia già muovendo e molto per la vendita e il noleggio online. Tuttavia i negozi oggi presenti nella rete italiana non accettano sempre di mettere i loro film e di metterli a prezzi contenuti perché mancano le altre case di produzione. L'utente, dicono i venditori, non ha cognizione di quale film appartiene a quale casa e se viene e non trova ciò che cerca pensa semplicemente che il sito non abbia una buona offerta. E magari non torna più.

da PUNTO INFORMATICO del 17/04/09

10.10.08

Il punto sullo stato di YouTube

Roma - È difficile non pensare a YouTube come ad un successo. È uno dei siti più visitati in assoluto, la libreria di video più vasta e importante della rete, nonché una società che Google ha valutato 1,65 miliardi di dollari. Eppure non è una notizia il fatto che YouTube, frenato ed esaltato dai contenuti generati dagli utenti, non sia anche un successo economico. A tre anni dalla sua nascita e a due dal suo ingresso nelle braccia del più grande rivenditore di spazi pubblicitari, il sito che ospita il 34% dei video visti in rete (dati comScore) ha dato vita ad un settore ora pieno di diverse diramazioni e di competitor ma che non trova un modello di business valevole.

AlleyInsider sostiene che nel 2008 Google è riuscito a monetizzare solo il 4% circa dei 4,2 miliardi di video che i suoi utenti hanno visto, cioè più o meno 126 milioni di video, e attraverso un sistema non eccessivamente redditizio. E nonostante 126 milioni di video sia comunque una cifra considerevole, bisogna aggiungere che la società deve sopportare anche costi di banda e di hosting non indifferenti. Senza contare le infinite spese legali che le accuse di violazione del copyright gli portano.
Di contro un servizio come Hulu.com (una joint venture tra studi di produzione visibile solo ai residenti in America) mandando in streaming gratuitamente e legalmente film e show televisivi dai principali network (NBC, Universal, Fox, Warner, CBS ecc. ecc.) riesce a monetizzare ogni singolo minuto dei suoi 88 milioni di video visualizzati. Si tratta di circa un quarto in meno di quanto ha fatto YouTube e con costi infinitamente minori.
Hulu non è uno strumento sociale, sfrutta un'incredibile inerzia creativa e produttiva consentendo, a fronte di poca pubblicità, la visione gratuita di contenuti che già sono passati in televisione e che hanno l'unico vantaggio della disponibilità on demand.

YouTube invece è pieno di contenuti originali, creativi e interessanti che sono visti, consigliati, inviati via mail, embeddati nei blog e commentati migliaia di volte ma che lo rendono inaffidabile per gli investitori, i quali non credono nella pubblicità associata ai video generati dagli utenti e ne temono i contenuti imprevedibili. In sostanza ad oggi se mantiene i contenuti generati dagli utenti i costi a loro legati gli impediscono di decollare economicamente mentre se li elimina perde tutto il suo successo a favore di chi, come Hulu, i contenuti professionali li produce e li gestisce in casa. Questo perché sono proprio la socialità e i contenuti generati dagli utenti la componente più dirompente e devastante del video online, capace di creare nuovi modi di vivere ed entrare in contatto con le forme di racconto audiovisuale.
E la dimostrazione più evidente di tutto questo è che dopo anni di dominio della tecnologia le cattive compagnie sono tornate ai vertici delle fobie sociali. Ora infatti sono di nuovo gli esseri umani, benché comunque attraverso una tecnologia (che rimane un oggetto sconosciuto per molti e dunque spaventoso), a costituire una delle principali fobie sociali: quelli che "entrano nelle vostre case attraverso le connessioni internet dei vostri computer (per) incoraggiare i bambini a costruirsi un Bong o bersi una birra a 13 anni" sono parole di John Walters, direttore dell'Office of National Drug Control Policy, un organo costituito dal governo degli Stati Uniti d'America, paese tecnologicamente più evoluto della media.

Dunque le persone guardano e molto i contenuti prodotti da altri utenti ma gli investitori pubblicitari non vogliono esservi associati e in questo modo la situazione non fa che peggiorare. Secondo un sondaggio fatto presso i principali network da NewTeeVee un annunciatore di uno show settimanale in rete come può essere Rocketboom guadagna da un minimo di 100 dollari a puntata ad un massimo di 1.000, cioè 4.000 dollari al mese di guadagno massimo per un business dove i visitatori si possono contare in alcuni casi anche nell'ordine dei milioni.
Inoltre sempre i principali network spiegano che con l'aumentare degli utenti e del materiale video si abbassa il CPM (cioè il costo di uno spot per migliaio di impressioni) il quale è passato in un anno da una forbice che oscilla in media tra i 20 e i 30 dollari (a seconda del piazzamento e del tipo di video) ad una che oscilla tra i 10 e i 20 dollari.
Infine se si calcola quanto incida l'investimento pubblicitario nei video in rete sul totale televisivo si scopre che oggi conta per una parte minima e anche le previsioni più rosee sostengono che tale stima possa arrivare ad essere il 7,6% del totale per il 2013. Questo a meno che non succeda qualche sconvolgimento.

E quello sconvolgimento oggi Google lo identifica con il commercio parallelo, cioè vendere (o per il momento aiutare a vendere) beni collegati ai video fruiti, qualsiasi essi siano. Tra le prime e più facili applicazioni di questo progetto c'è la vendita dei videogiochi abbinati ai video di gameplay e quella ancora più importante della musica che si ascolta nei suoi video (attraverso partner come iTunes o Amazon Mp3). Cosa che in realtà al momento è una falsa soluzione al problema perché si basa essa stessa su un altro assunto problematico e cioè che nella più grande risorsa di video in rete il contenuto più fruito è la musica e non il video UGC (che sta nella parte più lunga della coda). A dimostrarlo può bastare il fatto che ben 6 clip tra le 10 più viste di tutti i tempi sono musicali e una è di danza, mentre l'unica UGC è in decima posizione.

da PUNTO INFORMATICO del 09/10/08

20.6.07

Quanti Surface prima di Surface

Roma - Se Milan, il surface computer di Microsoft, ha segnato un passo in avanti nell'evoluzione delle interfacce grafiche, lo stesso non si può dire dal punto di vista della progettazione dell'hardware. Infatti l'idea di un computer che stia sotto un tavolo è qualcosa che gira nell'aria da molto tempo, come già avevano dimostrato, ad esempio, le idee di Nolan Bushnell. Tanto che anche in Italia abbiamo i nostri esempi di computer da tavolo, o tavoli da computer, dedicati all'intrattenimento.
Ci aveva lavorato su Carmelo Civiesse, che ha ideato, progettato, realizzato e ora sta cominciando anche a distribuire un computer da tavolo che funziona con il tocco da installare in locali come ristoranti, pizzerie e pub e che ha il doppio intento di agevolare le ordinazioni e intrattenere i clienti. Infatti, una volta ordinato da mangiare o da bere attraverso il monitor, sotto la superficie del tavolo si riceve un credito che dà diritto ad usufruire dei giochi o degli altri servizi (come la chat, la selezione di canzoni per il video jukebox, la stampa delle foto direttamente dal telefonino via bluetooth).
Si tratta di uno schermo LCD da inserire al di sotto del vetro (un centimetro di cristallo temperato) del tavolo, in modo da proteggerlo dallo sporco e dall'unto, e che ha sotto di sè un case customizzato per non dare fastidio. Per il resto dunque è un normale computer equipaggiato con Windows XP e in grado di far girare il software messo a punto sempre da Carmelo Civiesse.
L'idea potrebbe sembrare (soprattutto per le potenzialità) il fratello minore di quanto stia facendo Microsoft, ma Civiesse non è d'accordo: "Microsoft ha fatto un prodotto diverso dal mio, anche se è sempre per i locali pubblici: loro hanno creato un po' un giocattolone. Ancora non si capisce bene a che possa servire il multitouch, ci possono fare giusto dei giochini... Noi utilizziamo un tocco solo invece perché non abbiamo sviluppato nessuna tecnologia per l'occasione, giusto l'hardware".

Punto Informatico: A quando risale il vostro progetto?
Carmelo Civiesse: Il progetto è nato qualche anno fa, abbiamo iniziato a svilupparlo all'inizio del 2005 ed era pronto ai primi del 2006. Il primo locale l'ha installato quindi ad agosto 2006. Era un locale campione che ha fatto da tester e adesso stiamo facendo partire la commercializzazione a livello nazionale ed europeo.

PI: Come fa il sistema a discriminare tra il tocco di un dito e l'appoggio di un bicchiere o di un altro oggetto?
CC: Abbiamo due versioni del tavolo, uno con un touchpad come quello dei portatili, un'area di lavoro molto limitata dove si usa il dito, tipo notebook. E poi c'è la versione con il touchscreen che funziona con lo stesso principio del condensatore, con la proiezione capacitiva, cioè non funziona come al solito con la pressione su una superficie ma è in grado di riconoscere il dito creando una capacità tra il dito e lo schermo. Non è quindi una questione di grandezza, ma ha più a che vedere con il fatto che tra le varie proprietà del corpo umano c'è anche quella di essere un conduttore elettrico.

PI: Come avete programmato il software?
CC: Il sistema operativo è Windows XP e tutto il software è stato programmato in Visual Studio, quindi ambiente Microsoft. Si tratta di programmi che possono anche girare in rete (sia ethernet classica o anche wireless).

PI: Vi siete ispirati all'idea che aveva avuto Nolan Bushnell qualche anno fa?
CC: Non lo conosco.

PI: A cosa vi siete ispirati allora?
CC: Quando ero ragazzo, nel 1984 avevo comprato il Vic20 e da quel momento ho sempre pensato che una cosa simile sarebbe stata molto interessante. Ultimamente ho avuto la possibilità di acquistare un locale da uno zio, ho creato questa pizzeria e ho pensato che finalmente potevo realizzare la mia idea.

PI: La sperimentazione come va? Avete incontrato grossi problemi?
CC: Bene, il software è affidabile e la gente lo trova molto interessante; chiaramente attrae più che altro i ragazzi che lo usano soprattutto per la chat o per i giochi come Chi Vuol Essere Milionario. I problemi più grossi che abbiamo incontrato in fase di sperimentazione sono stati nell'ordine di far capire le cose alla gente: anche se siamo in una società piena di tecnologia la gente quando si siede guarda i prodotti in maniera molto distaccata.

da PUNTO INFORMATICO del 20/06/07

4.6.07

Musica, gli italiani che scelgono le CC

Roma - "Ho scelto di distribuire la mia musica sotto licenza Creative Commons perché è un'opportunità per conoscere e per dire: io ci sono", questa è una delle tante risposte ottenute da Punto Informatico indagando tra le migliaia di musicisti indipendenti che hanno scelto siti che distribuiscono musica con modalità alternative, nuove piattaforme per farsi sentire, per conoscere altri artisti e per ottenere subito il feedback degli appassionati di musica.

Dalle prima indagine appare anche evidente che se qualcuno sceglie le licenze CC perché simbolo del copyleft e di un nuovo modo di fare cultura, altri la vedono esclusivamente come una opportunità: la CC ben si adatta a nuovi modelli di distribuzione. Non è un caso se pressoché tutti si dicano fin qui soddisfatti dei "jukebox" in CC, spesso vissuti come uno dei più importanti ma non l'unico mezzo di interazione con gli appassionati di musica in rete.

Di tutto questo Punto Informatico ha parlato con numerosi musicisti, qui si raccolgono le risposte che ci hanno fornito Danilo Taddei, iscritto alla SIAE da 10 anni e solo da poco nel mondo della distribuzione alternativa nel quale ha portato tutti i propri lavori, Antonio Sacco, DJ dal 1981 che gradualmente è passato alla produzione grazie alle nuove tecnologie, e Djblaster AKA Danilo Sanfilippo che si dedica quotidianamente alla musica, la sua principale forma d'espressione.

Punto Informatico: Distribuire sotto Creative Commons attraverso piattaforme alternative. Cosa ritieni di aver guadagnato da quest'esperienza?
Antonio Sacco: Ho pubblicato il mio materiale da poco, in quattro giorni in linea una quarantina di persone hanno cominciato a scaricarlo e a condividerlo, più un blog che mi ha recensito, quindi tutto per ora è positivo, è il mondo che ti segue e ti osserva. Sono rimasto molto stupito del successo che ho avuto. Per adesso lo faccio solo per capire qual è il feedback degli ascoltatori, non c'è ancora l'ambizione di fare business. Anche se già si sono fatti avanti un paio di grossi distributori per mettere in commercio le mie cose, e questo mi sorprende in maniera positiva, perché chi ascolta c'è! Invece con la precedente distribuzione trovavo solo una parte dell'attenzione da parte della gente, e per chi fa musica l'obiettivo numero 1 è farsi ascoltare.

Danilo Taddei: Di guadagnato niente, ma tanto nemmeno mi ci sono informato, tanto devo comunque fare un altro lavoro... Il nome è girato un po' poco, ma ho avuto contatti con persone che hanno fatto dei podcast (poi bisogna pure valutare la validità di quello che faccio) ma mi sembra ancora poca cosa... Però devo dire che l'idea è bellissima e funziona benissimo... Si vede che c'è un lavoro grosso dietro. Poi loro (le piattaforme distributive, ndr.) hanno operatori interni, ti mandano i consigli, ti chiedono di fare ascolti, c'è insomma tutto un movimento interno.

Danilo Sanfilippo: È andata molto bene! Basta chiedermi formalmente il permesso di utilizzo e il pezzo puo' girare senza dover pagare alcunché. In più il mio nome è girato molto soprattutto grazie a Jamendo e a tutti i podcaster che trasmettono canzoni esclusivamente CC (come nissardo e paolo bianchi). Ci ho guadagnato di sicuro la possibilità di girare in vari podcast formalmente senza alcuna burocrazia e mi sto facendo anche tanti amici competenti. Però ancora non ho avuto alcuna sovvenzione.

PI: Che piattaforme utilizzi per veicolare la tua musica?
Sacco: Per ora siti come Jamendo e sto per contattare anche Magnatune. Volevo lasciare anche a loro le mie cose. Poi la mia prossima idea è di prendere uno spazio su MySpace e vedere che succede, ma non ho troppa fretta anche perché Jamendo mi sta sorprendendo in maniera positiva.

Taddei: Prima mettevo gli mp3 sul sito e chi voleva se li scaricava, poi con Jamendo ho trovato un modo per inquadrare la cosa, ti prendi la licenza CC, ti danno il lettore da mettere sul blog e poi ti consentono di mettere file in formato Wav e non MP3, che ha una qualità migliore. E poi il player è comodissimo. Certo, vorrei affiancare anche una distribuzione più tradizionale ma le radio indipendenti accessibili come Radio Città Aperta sono pochissime, per cui adesso sto iniziando a pensare ad altri canali come MySpace e cose così, ma se dietro non hai spinte più forti è difficile.

Sanfilippo: Conto molto su siti come Jamendo oltre certamente al mio sito personale e a MySpace.

PI: Perché distribuire musica in Creative Commons?
Sacco: Perché adesso usare i canali istituzionali, come si fa di solito, non rende come usare internet. Basta che uno ti scriva una recensione positiva che dietro a lui ce ne sono altri 20 che seguono i suoi consigli: si attiva così un meccanismo piramidale a partire da uno solo. Quindi pure se poco remunerativo dal punto di vista artistico è comunque un mondo fantastico, si raggiungono obiettivi altrimenti irraggiungibili. Poi magari arriva pure il distributore. Prima invece ti dovevi far conoscere, dire cosa proponi...

Taddei: Perché far girare la voce, se ci si organizza il rumore diventa più forte e si spera sempre che i canali che veicolano il rumore lo veicolino davvero e non lo attutiscano. Alla fine è una scelta esistenziale di fruizione libera delle cose, anche perché spesso poi gli introiti di un'artista sono i concerti, gli spot e il CD diventa una cosa minoritaria.

Sanfilippo: Perché il diritto d'autore come è concepito è vecchio e mina la creatività degli artisti emergenti, oltre ovviamente a fermare la libertà di conoscenza ed espressione. La licenza che ho adottato per esempio prevede che venga riconosciuto il merito dell'artista, che non si usi l'opera per scopi commerciali e che si distribuiscano eventuali opere derivate con la stessa licenza. Ho scelto questa perché sposa perfettamente la mia filosofia sulla distribuzione musicale, la proprietà intellettuale vista in modo tradizionale è troppo costrittiva e restrittiva, troppe clausole e burocrazia, la musica va suonata e fatta girare senza intermediari se non l'artista stesso.

PI: La tua è stata una scelta ideologica o di opportunità?
Sacco: Entrambe, le metterei al 50%. È ideologica perché pur mettendo a disposizione i miei brani gratis ho comunque i miei diritti e se qualcuno tra quelli che ascolta trova un sample interessante e lo vuole usare me lo deve chiedere, né si possono fare download commerciali. Ed è opportunista perché voglio farmi conoscere da gente che non avrei mai raggiunto, anche in giro per il mondo. Certo se poi devo dire quanto è costato e quanto ricavo non ha senso dirlo, è il momento di pazientare e vedere se con il tempo questo fenomeno fa il suo corso e c'è qualcuno che prende ciò che metto in rete.

Taddei: Entrambe, perché io da sempre faccio il download gratuito dal mio sito e perché poi mi conviene mettere in linea una cosa finita e con una licenza. È una cosa che ti aiuta ad organizzare tutto il materiale.

Punto Informatico: Hai avuto altre esperienze di distribuzione musicale oltre a quella in CC?
Sacco: Sì, ho fatto i primi due album in maniera istituzionale passando per i negozi e tramite un piccolo centro di distribuzione del centro Italia. Ho messo in piedi un po' di copie, poi date in conto vendita a questa distribuzione ed è andato discretamente, niente di esaltante. Mentre l'esperienza che sto avendo è molto positiva perché il download gratuito è una possibilità in più di aumentare i contatti.

Taddei: Solitamente finito il CD comincio a mandarlo in giro sulle radio e sui canali che ho modo di contattare. Su siti come Jamendo in un giorno fai tutto, mandi, pubblichi, fai la licenza CC ed è tradotto in tante lingue e non ho mai avuto problemi di nessun tipo.

Sanfilippo: no, a parte aver distribuito senza alcuna licenza per i primissimi tempi, ho sempre usato la CC.

PI: L'obiettivo finale rimane comunque la distribuzione tradizionale?
Taddei: Certo uno vorrebbe come lavoro dedicare le giornate a quello che ti piace e non fare l'idraulico dalla mattina alle 7. Quando suoni è perché non potresti non suonare. È ovvio che l'obiettivo è viverci, ma un musicista che vuole fare roba originale può anche morire nell'attesa di emergere, io ho 36 anni e conosco anche altri musicisti ma alla fine nessuno va da nessuna parte: c'è chi apre la scuoletta, chi trova altri stratagemmi...
Non so dire se può reggere da solo o essere solo un trampolino. All'atto pratico non me n'è venuta una lira.

PI: Secondo te quello dei Creative Commons è un modello che potrebbe favorire anche i grandi musicisti?
Sacco: È un quesito al quale ha risposto bene il mentore dei Talking Heads, disse che effettivamente la musica deve essere gratuita e renderla gratuita non esclude la possibilità (un domani) di mantenere i diritti e il giusto guadagno per l'artista. A pagamento devono essere i modi di proporre musica dal vivo che è l'essenza dell'artista.

Taddei: A loro potrebbe sicuramente convenire, ma il problema ormai è che la veicolazione non ha più voce in capitolo nel budget, è tutto promozione: 30 secondi in prima serata constano mezzo miliardo. Poi è ovvio che un artista che invece ha già un nome con il peer-to-peer potrebbe anche ottenere un bacino di utenza infinito. Siamo in una fase di mezzo, non ancora del tutto in Internet, stiamo tutti con un piede dentro e uno fuori, non del tutto convinti.

Sanfilippo: Grande musicista significa spesso grande fatturato e a quei livelli è difficile privarsi di una tutela. Quindi per il momento credo non convenga, dobbiamo aspettare che i giovani di oggi che suonano free diventino grande musicisti, probabilmente a quel punto sarebbe fattibile.

da PUNTO INFORMATICO del 4/06/07

25.5.07

Net Tv, ma dove stiamo andando?

Roma - La Net Tv non ha nulla a che vedere con il viral video o il video sharing più amatoriale, ma è l'insieme dei contenuti di natura televisiva distribuiti in rete, cioè concepiti con un'idea in testa, di breve durata e rilasciati con formule di podcasting su diverse piattaforme. La Net Television infatti usa internet come antenna e il pc come un telecomando ma poi l'interfaccia è molteplice.

Sono questi alcuni dei concetti su cui Tommaso Tessarolo, guru italiano della net television e blogger di lungo corso, ha costruito il suo volume NET TV - Come internet cambierà la televisione per sempre, che questa sera sarà presentato in un singolare evento a Roma, un testo che si propone di dare conto di come la realtà della diffusione del video in rete stia cambiando e sia destinata a cambiare il modo in cui fruiamo degli altri media nonché il modo in cui vengono prodotti i contenuti.

Ora che la Net Tv è una realtà che comincia a manifestarsi, attirando sempre più anche i grandi broadcaster, Tommaso intende iniziare ad ordinare le idee sul video in rete. Poco prima della presentazione ufficiale del libro nell'evento di questa sera, Punto Informatico ha scambiato quattro chiacchiere con l'autore, per capire meglio la sua visione del futuro della tv su internet.

Punto Informatico: Qual è stato l'evento, il fatto più significativo negli ultimi tre anni per quanto riguarda la Net television?
Tommaso Tessarolo: Sicuramente la nascita di YouTube, perché ha diffuso il concetto di video distribuito in rete anche a livello mainstream. Ha avvertito l'opinione pubblica del fatto che era effettivamente possibile vedere video online.

PI: Tracci un confine molto netto su cosa sia Net Tv e cosa no. Ma l'IPTV in che categoria rientra?
TT: In tutto questo insieme di tecnologie, l'IPTV si configura malissimo per molte ragioni, la prima delle quali è che l'IPTV non è una tv via internet. Viene sempre venduta come tv via internet ma non è vero, è una cable tv, perché devi essere abbonato ad Alice, a Fastweb o a Tiscali per vedere quel tipo di contenuti, sostanzialmente non è aperta, non dà accesso a chiunque, ma sottostà alle regole del palinsesto. L'unica cosa che ha in comune con la Net Tv è che dà accesso alle library di contenuti e ai videoregistratori remoti.

PI: E i videoblog?
TT: I vlog sono assolutamente contenuti di tipo Net Tv perché seriali e in podcasting. E hanno soprattutto un'altra caratteristica tipica della tv in rete: non avendo l'incubo di essere profittevoli si concentrano su nicchie di utenza e lo fanno con apparecchiature proamatoriali, cioè telecamere da 1500 euro e PC con software di montaggio video.

PI: Al momento cosa ti piace seguire di quello che esce in rete?
TT: Seguo poco perché ho poco tempo, però mi guardo volentieri Rocketboom, Newsreel, Wallstrip e PromQueen.

PI: Il futuro è in streaming o on demand? Probabilmente avremo entrambi i modi di trasmettere ma cosa secondo te è destinato a prevalere?
TT: Una caratteristica fondamentale della Net Tv è che il pubblico (anche quello televisivo classico) preferisce sempre di più la fruizione non lineare del contenuto. La televisione classica è quella di flusso (streaming) che prevede che tu sia presente davanti allo schermo ad una certa ora, e questa sta perdendo ascolti (la tv stessa infatti perde ascolti) e là dove sono diffusi i videoregistratori con hard disk il consumo di tv in differita sta crescendo in maniera esponenziale. Credo che lo streaming andando avanti avrà sempre più senso solo per gli eventi che hanno necessità di essere visti in diretta, come lo sport e le news.

PI: Secondo te lo standard tecnologico di trasmissione attuale è adatto a reggere trasmissioni future?
TT: Sì, secondo me è una tecnologia più che matura. Ci sono solo due problemi ancora da risolvere: i DRM, in futuro la maggior parte dei contenuti probabilmente saranno gratuiti e si reggeranno sulla pubblicità ma purtroppo i DRM saranno molto presenti per ancora molti anni almeno finché non troviamo un modo per renderli interoperabili, e questo è un segno di immaturità. E poi i formati video, perché se faccio un podcast in Wmv non lo posso vedere sull'iPod. Non a caso Adobe sta spingendo tantissimo su Flash come codec video universale.

PI: Quanto credi nel crowdsourcing? Davvero le produzioni dal basso saranno quello di cui fruiremo?
TT: Credo ci sarà una mescolanza tra le due cose, anche Chris Anderson sostiene che non può esistere la coda lunga senza le Hit. Le Hit sono il fattore trascinante per qualunque tipo di nicchia, se non ci sono fattori forti è impossibile avere il resto della coda. Le produzioni classiche continueranno ad esistere e saranno fortissime, pur cambiando le modalità produttive e distributive e forse anche i format (più brevi e interattivi), ma la grande fetta della torta sarà comunque costituita dalla coda, la cui grandezza è imprevedibile ma già oggi sappiamo che può essere dal 30 al 60% del totale.

PI: Ci sono possibilità per le idee che si basano sullo standard torrent? Anche per lo streaming intendo...
TT: Non per il momento, il p2p ha una latenza ampia (più di 5 minuti) per cui non può essere usato per trasmettere una partita ma più che altro roba tipo i reality.
A parte questo però credo che il Peer to Peer verrà usato per qualsiasi tipo di contenuto, e secondo me sarà usato sempre di più. Joost o BabelGum (che comunque non trasmettono live) usano infatti i protocolli torrent per distribuire clip video anche in modalità lineare. iTunes presto o tardi monterà il p2p perché è un modo efficiente di distribuire. Per la trasmissione live invece c'è roba come Coolstreaming e Octoshape, ma avranno una portata marginale perché, ripeto, la diretta servirà solo per eventi marginali.

da PUNTO INFORMATICO del 25/05/07

11.5.07

iTunes? Un sistema obsoleto

Roma - Il mondo della distribuzione musicale in rete non è un'esclusiva di Apple e del suo iTunes e nemmeno delle molte altre società che tentano di rosicchiare fette di mercato (da Microsoft a Napster, da eMusic a RealNetworks). C'è tutta un'altra dimensione della musica scaricata legalmente che è quella della musica rilasciata sotto licenza Creative Commons, una tendenza che fu inaugurata ufficialmente qualche anno fa da Wired quando fece un party per pubblicizzare l'iniziativa di un CD di musica in CC (con pezzi di artisti del calibro di David Byrne e Gilberto Gil) dato in regalo con la rivista.
Si tratta di un sottobosco sempre più ricco, fondato sulla libertà di riutilizzo e su "some rights reserved", per costruire un business diverso, più libero, equo e in linea con le tecnologie (il digitale e la rete) cui si appoggia. Musica distribuita senza DRM e senza vincoli tecnici di alcun tipo, venduta a prezzi variabili e liberamente scambiabile, in virtù di un modello di business che si fonda sullo svincolo da ogni tipo di intermediazione tra chi distribuisce e l'artista. Le due entità (a seconda dei contratti e dei siti in questione) dividono le entrate provenienti da passaggi in radio o acquisti in rete e l'utente ci guadagna in musica totalmente libera.

Sui limiti e i pregi di un tale approccio abbiamo sentito Juan Carlos De Martin, professore associato presso la Facoltà di Ingegneria dell'Informazione del Politecnico di Torino e responsabile italiano del progetto Creative Commons.

Punto Informatico: Il modello di distribuzione musicale in CC è un business appetibile? Intendo anche per le grandi etichette
Juan Carlos De Martin: Le possibilità sono due: mettere la musica online, cosa che favorisce la vendita di CD (come mettere un libro online può favorire la vendita del libro cartaceo) oppure (come diceva David Byrne un paio di mesi fa) capire che la musica è di per sé gratuita e dovrebbe servire a reggere tutta una serie di business collaterali da cui viene il guadagno per gli artisti.

PI: Cioè il disco come veicolo promozionale?
JCDM: Sì. Il disco deve essere propedeutico all'acquisto del biglietto del concerto o del merchandising, del contatto con l'artista tramite fan club a pagamento e cose del genere. Modelli che qualcuno sta cominciando a provare ma che chiaramente ci vorrà del tempo prima che si stabilizzino. Bisognerebbe rigettare la vecchia idea per la quale è necessario spingere le vendite di CD per abbracciarne una dove la musica è solo un modo per stimolare gli appassionati a spendere i loro soldi in attività collaterali.

PI: Ma un simile modello non dovrebbe essere la soluzione più conveniente per musicisti che fanno generi di nicchia e già guadagnano principalmente dai concerti?
JCDM: Sì, è quello che pensano molti. È la stessa cosa per i libri, un libro accademico che diciamo vende 200 copie in tutto il mondo che senso ha che sia a pagamento? Ci guadagna solo l'editore. Perché invece non metterlo a disposizione di tutti in Creative Commons in modo che la diffusione sia massima? Questo si può declinare in tutte le dimensioni dell'industria culturale e quindi anche alla musica popolare, perché un compositore di classica non può certo vivere facendo concerti...

PI: In Italia ci sono esempi validi?
JCDM: Beh, music store internazionali come Jamendo hanno anche una sezione in Italia, ma di altre attività di ordine commerciale non ho notizia. Ci sono però molte etichette indipendenti e quindi molti artisti che hanno rilasciato la loro musica in Creative Commons.

PI: Eppure ancora non si sente di nessun musicista noto (anche di un ambito di nicchia) che abbia intrapreso questa strada....
JCDM: I grandi nomi ci stanno ancora pensando ma per il momento non si sono ancora mossi. Del resto sono anche passati solo quattro anni dalla creazione dei Creative Commons, siamo all'inizio. A tutt'ora esistono degli ambiti in cui tutti sanno di che si tratta e come funzionano e ambiti in cui nessuno ne ha sentito parlare. Passare da un modello all'altro è una cosa che richiede solitamente almeno una generazione.


Jamendo e Magnatune sono due dei più grossi music store mondiali dove acquistare e distribuire musica con licenza Creative Commons, vendono musica senza DRM scaricabile liberamente e retribuiscono gli artisti senza l'intermediazione di etichette o distributori.
Hanno un rapporto diretto sia con i clienti che con i musicisti e danno vita (per chi vuole aderire a questo tipo di distribuzione) ad un commercio il cui primo obiettivo è far girare e ascoltare la musica mantenendo alcuni diritti fondamentali: attribuzione (l'utente deve sempre nominare l'autore originale), non commerciabilità (l'utente non è autorizzato ad usare il lavoro dell'artista a scopi commerciali, senza prima chiedere il permesso), nessun lavoro derivato (l'utente non può alterare, trasformare o prendere il lavoro dell'artista come spunto per il proprio, senza prima chiedere il permesso), condivisione allo stesso modo (se un utente altera, trasforma o prende il lavoro dell'artista come spunto per il proprio, deve distribuire quest'ultimo sotto la stessa licenza).
Jamendo ha diverse sezioni sparse in vari paesi (Italia compresa) e da quando è in piedi (2005) ha distribuito legalmente almeno un milione di album attraverso la tecnologia di BitTorrent e quella di eDonkey (anche se per quest'ultima è più difficile il tracciamento e quindi non è chiaro quanto materiale sia stato scaricato). L'ascolto e il download degli oltre 2.800 album in archivio è gratuito ed è possibile fare una donazione agli artisti a discrezione dell'utente.
Magnatune invece nasce nel 2003 e propone l'acquisto a prezzi che variano a discrezione del compratore dai 5 ai 18 dollari per album. Applica un modello di business per il quale ognuno dei 175 artisti che hanno scelto di appoggiarsi al servizio ha diritto al 50% di tutti i proventi che vengono dalla loro musica, sia che si tratti di acquisto, sia che si tratti di darla in licenza per scopi commerciali ad altre realtà.
Abbiamo sentito Laurent Katz, CEO di Jamendo e John Buckman, CEO di Magnatune, sui medesimi argomenti per capire dove stia andando il mercato della musica in CC.

PI: È possibile immaginare un business musicale che preveda la distribuzione in CC come standard?
John Buckman: È sbagliato pensare ad un solo scenario possibile per il business musicale. Per il futuro vedo molti differenti tipi di modelli, dai più antiquati come iTunes (dove compri un album dalle etichette musicali) fino alla musica comprata direttamente dai musicisti e ai servizi che ti offrono musica gratis. All'interno di questa moltitudine di alternative la musica in CC troverà sicuramente il suo modo di vivere.
Laurent Katz: La musica gratuita è già uno standard per la generazione tra i 15 e i 25 anni, ma raggiungerà quote sostanziali di mercato nei prossimi anni, come ha fatto il free software nel suo settore negli ultimi 20 anni (ma speriamo che la musica ci metta meno). Questo poi non vuol dire che un artista non trovi altre fonti di guadagno oltre alla musica in sé.

PI: Cosa offrono di vantaggioso ad un musicista i Creative Commons? Intendo ai grossi artisti
JB: Artisti come Madonna vendono la loro musica in molti modi di cui il CD è solo un esempio. Condividere la tua musica amplia la platea di ascoltatori, cosa che ti dà la possibilità di fare più soldi.
LK: Musicisti come Gilberto Gil, Pearl Jam, Beasty Boys già usano i Creative Commons per una certa parte del loro catalogo perché gli conviene.

PI: Come vanno gli affari? Ci sono musicisti da voi distribuiti che guadagnano abbastanza da viverci?
JB: Magnatune è solo una parte della carriera di un artista, noi contribuiamo alla loro sopravvivenza ma non li manteniamo in vita.
LK: No. Ricevono soldi ma non intendono vivere con questi introiti.

PI: Ci sono grossi player del mercato che si sono interessati a quello che state facendo?
JB: Ricevo con cadenza regolare chiamate dalle principali etichette e dai loro musicisti più importanti che sempre di più vedono calare le loro vendite e sono stufi di venire pagati poco per quanto vendono. Nel mondo delle grosse etichette sanno bene che il loro business sta morendo e stanno cercando delle alternative.
LK: Sì. anche se non posso rivelare altro.

da PUNTO INFORMATICO del 11/05/07

7.5.07

Robocani romani più forti di spagnoli e portoghesi

Roma - L'Italia ha vinto sulla Spagna e il Portogallo. O, meglio, i robot programmati dalla squadra italiana dell'università La Sapienza hanno vinto contro gli omologhi provenienti da Spagna e Portogallo. Si tratta del risultato del triangolare di Robo Soccer che è stato l'evento centrale del RomeCup2007, il primo trofeo internazionale città di Roma di robotica.
L'evento si è svolto nella sala Protomoteca del Campidoglio, e a margine del triangolare ha visto anche gli automi progettati da istituti tecnici di tutta Italia sfidarsi in diverse discipline che ne hanno messo alla prova le peculiarità. Alcune mettevano a dura prova i sensori di movimento, altre quelli per la rilevazione e l'analisi di gas e altre quelli visivi.

I robot che si sono sfidati a calcio invece sono automi a forma di cane, i modelli che fino a poco tempo fa Sony aveva in commercio, dotati di sensori visivi e di un collegamento in rete che consente loro di comunicare e coordinarsi per attuare strategie di gioco e raggiungere un obiettivo. Quattro contro quattro, i cani robot hanno occupato un campo di calcio di sei metri per quattro senza il minimo aiuto del team che li ha programmati, che era lì solo per vedere come si comportavano le proprie creature.
Questo triangolare è stata una manifestazione amichevole e promozionale messa in piedi da Fondazione Mondo Digitale, le vere gare si sono già svolte in altre sedi e hanno qualificato l'Italia (lo stesso team che ha vinto questo triangolare) ai mondiali di Robo Soccer che quest'anno si terranno ad Atlanta in America.

Punto Informatico, presente alla manifestazione, ha scambiato quattro chiacchiere con Daniele Nardi, professore di Intelligenza Artificiale presso la facoltà di Ingegneria della Sapienza, e Luca Iocchi, ricercatore e team leader della squadra vincitrice.

Punto Informatico: Questa di oggi era solo un amichevole ma tra poco partirete per l'America...
Daniele Nardi: In realtà è la squadra che stiamo organizzando da qualche anno con Ingegneria che gareggerà in America. È una squadra fatta da studenti e coordinata da me e da un collega ricercatore, mentre i dottorandi fanno da coordinatori. Ma la parte di programmazione la svolgono gli studenti dei corsi di laurea e della specialistica. Il team comprende una decina di persone.

PI: Gli studenti quindi ci lavorano nel tempo libero?
Luca Iocchi: Fa parte del loro curriculum scolastico, quindi colgono l'occasione di tesine, di corsi di progetto oppure lo fanno come stage finale di primo livello o come tesi di laurea. Si cerca insomma di portare questo lavoro all'interno delle attività accademiche anche per applicare ciò che viene insegnato nei corsi.

PI: Come è organizzato il lavoro?
DN: Lavoriamo in un ambiente di sviluppo abbastanza sofisticato che consente di programmare sia la parte di movimento che quella di percezione e anche poi un sistema di comunicazione attraverso il quale i robot si coordinano. I limiti imposti dalle regole del torneo sono legati unicamente al fatto che si è vincolati all'utilizzo della piattaforma data. È un ambiente disponibile in rete, si chiama SDK.
LI: Ci sono varie parti del codice che vanno sviluppate e lo facciamo a gruppi, c'è chi si occupa di visione, chi di localizzazione, chi di azione. Tutto in un ambiente C++.

PI: Su cosa lavorerete tra oggi e luglio?
LI: Beh, migliorerei i comportamenti di tiro, perché spesso anche in situazioni favorevoli i robot hanno ritardato troppo a prendere decisioni.

PI: Chi sono i più forti al mondo?
DN: Dipende dal tipo di gare ma è una questione legata alla disponibilità di risorse umane e finanziarie per portare avanti i progetti di ricerca. I tedeschi e gli americani investono più in ricerca degli italiani e quindi vanno meglio ma non si può fare un paragone come nel calcio. Da noi tipicamente è più difficile fare ricerche che necessitano di un laboratorio e spese relative a materiali.
LI: I tedeschi e gli australiani. Anche perché spesso queste partite sono simili al rugby: può essere più conveniente portare la palla in porta anziché tirare da lontano, le abilità di tiro di questi robot non sono eccezionali.

PI: Qual è la parte più sofisticata di questi robot?
DN: Ci sono diverse componenti sviluppate a livello dello stato della ricerca corrente quindi non c'è una parte più difficile e una meno. Certamente, per questo tipo di robot l'aspetto di percezione è quello con i maggiori limiti. Cioè la conoscenza che il robot riesce ad avere sulle situazione del gioco e su cosa stanno facendo i compagni è la parte più complessa.
Una componente è la percezione delle immagini e poi l'altra, quella più propriamente di intelligenza artificiale consente di prendere decisioni che non siano semplicemente reazione ad uno stimolo ma che comportino una parte di analisi della situazione e scelta dell'azione da svolgere.

PI: Quali possono essere le applicazioni pratiche delle tecnologie sviluppate per queste gare?
DN: Una delle tecnologie fondamentali forse è il sistema di visione, che di sicuro è quello in cui la trasferibilità è più immediata. Può essere applicato a sistemi di sorveglianza o controllo degli ambienti.

da PUNTO INFORMATICO del 07/05/07

23.4.07

Italia, Strudle open source contro la dislessia

Firenze - La dislessia è una malattia che prima viene diagnosticata e meglio la si può curare, per questo spesso psicologi e linguisti rivolgono la loro attenzione alle scuole elementari, dove si manifestano i primi sintomi. Tuttavia non è sempre possibile fare i test dovuti su tutti i bambini poiché la procedura di correzione è lunga e complessa. Per questo Giacomo Bartoloni, al momento di laurearsi, ha deciso di mettere a punto come tesi un software che aiuti la diagnosi della dislessia, velocizzandone alcuni passi fondamentali.

Il risultato si chiama STRUDLE (strumento d'aiuto alla diagnosi della dislessia), un progetto open source ospitato su SourceForge, un software che tramite il riconoscimento vocale e la comparazione di questi dati con quelli corretti, permette di fare un primo screening e selezionare i soggetti che potrebbero essere a rischio rispetto a quelli che certamente non lo sono. Siccome si tratta di un'applicazione di ambito medico, Giacomo ha deciso che doveva essere pronta per qualsiasi piattaforma e disponibile a tutti, per questo ha scelto di programmarla in Java e distribuirla sul canale open.
Quando l'abbiamo sentito tuttavia non era ancora deciso quale tipo di licenza adottare.

Punto Informatico: Perché una licenza libera?
Giacomo Bartoloni: Perché penso che uno strumento che porti un miglioramento nella salute debba essere disponibile a tutti. E poi con l'open source si hanno dei mezzi che io, ragazzo di 24 anni, non potrei mai avere. Tramite siti come Sourceforge.net posso trovare altra gente per programmare questa cosa, anche se quando non c'è un interesse economico dietro poi è difficile.

PI: Però sei ancora indeciso sulla licenza
GB: Prima di tutto non sono molto informato sui tipi di licenze e sui diritti e i doveri che comportano. L'unica cosa che mi preme e che chi usi il mio software per professione me lo segnali, vorrei una licenza che mi consenta di chiedere questo.

PI: Come ti poni riguardo alla possibilità che chi modifica il tuo software possa poi distribuirlo in versione proprietaria?
GB: Vorrei più che altro saperlo, se uno rilascia una versione migliorata del mio software e lo mette a pagamento me ne deve parlare, poi io non impedirò questa cosa. Ho messo la prima pietra e so che si può fare di meglio, ma vorrei fosse noto il fatto che questa prima pietra l'ho messa io. Per il momento comunque è distribuito sotto una licenza GNU GPL e sto curando la leggibilità del codice.

PI: Tecnicamente come funziona?
GB: L'ho programmato in Java, usando le librerie SWT, infatti come prima cosa vorrei portare tutto a Swing, per rendere il programma maggiormente indipendente da librerie esterne alla JRE. Per fare il riconoscimento vocale mi sono basato su HTK che è un software che sfrutta le proprietà dei modelli di Markiv nascosi (HMM) e che è utilizzato anche in alcuni programmi commerciali open source ed è sviluppato da un'università inglese. Questo mi dà la sicurezza che dietro ha una vasta comunità che lo segue e lo sviluppa. In questo modo il programma prima rileva e riconosce l'input audio e poi fa il matching con quello che dovrebbe sentirsi dire.

PI: Già è stato testato? O almeno è adottato da chi te lo aveva commissionato?
GB: Il linguista che lo ha commissionato lo ha già, ma ancora deve partire la sperimentazione. Quanto alla fase di test, sono andato in una scuola elementare a registrare le voci dei bambini per allenare il computer, poi ho preso dai linguisti le registrazioni di bambini dislessici. Tutto sta nell'allenare il sistema a riconoscere il parlato. Ho visto che questi sistemi vengono allenati con in media 1800 voci, io l'ho allenato con 60 voci e questo è un problema. Però per ovviare a questo, in parallelo ho sviluppato un programma che faccia la procedura d'allenamento in maniera automatica (HMMTrain). Così anche uno psicologo può allenare il sistema con dei campioni.

PI: Altri partner che possono essere interessati ad una simile applicazione ci sono?
GB:No, ancora non ci ho pensato. Anzi affidando il software alla comunità open source speravo di trovare persone interessate a svilupparlo. Comunque in generale dovrebbero essere gli psicologi e i linguisti le categorie particolarmente interessate, e poi naturalmente tutti quelli che nelle scuole elementari e medie si occupano dei disturbi specifici dell'apprendimento.

da PUNTO INFORMATICO del 23/04/07

11.4.07

Quando un software è una tesi di laurea

Como - Alle volte le idee migliori arrivano dall'università e persino in un paese come l'Italia, in cui sono pochi gli atenei in grado di mantenere un laboratorio ad alto livello, alcune buone idee arrivano dai laureandi. È successo con IRIS, sistema di rilevazione degli incidenti stradali messo a punto da due studenti come tesi di laurea specialistica in ingegneria informatica presso il Politecnico di Milano, sede di Como.
Emilio Salmeri e Luca Ronchetti hanno ideato e realizzato, con la consulenza delle forze dell'ordine cittadine, l'applicazione web Indagine e Rilevazione degli Incidenti Stradali, in grado di agevolare l'operazione di immissione e revisione dei dati relativi ad incidenti con feriti o deceduti e soprattutto in grado di renderne molto più veloce e pratica la consultazione da parte sia degli utenti che delle forze dell'ordine.
IRIS è al momento in fase di test, le forze dell'ordine di Como la stanno collaudando ma ancora non è stato adottato ufficialmente. Quando questo accadrà, il principale beneficiario sarà l'ISTAT, che periodicamente si occupa di fornire le statistiche relative alla frequenza, alle motivazione e alle zone degli incidenti. Con IRIS l'istituto di rilevazione riceverà un flusso di dati continuo, nella forma di un file txt, anziché vedersi recapitare mensilmente o trimestralmente, come avviene ore, dei moduli a lettura ottica per ogni incidente. Abbiamo sentito Emilio Salmeri per capire meglio come è stata realizzata e che problemi può risolvere IRIS.

Punto Informatico: Perché per la vostra tesi di laurea avete scelto di costruire un software per monitorare gli incidenti?
Emilio Salmeri: Principalmente perché ci sembrava qualcosa di cui ci fosse molto bisogno, un modo per costruire qualcosa di utile per la comunità. Il nostro territorio infatti, specialmente nei periodi estivi, è interessato da un forte aumento del traffico su strada specialmente dei motociclisti.

PI: Quindi che utilità può avere? Che problemi può risolvere?
ES: Principalmente permette alle forze dell'ordine di comprendere i motivi dell'incidentalità, perché consente di abbreviare il periodo di elaborazione delle statistiche. Cioè se ricevi le statistiche degli incidenti molti mesi dopo che avvengono non capisci che magari accadono in una particolare zona perchè c'è un cantiere o un cartello messo male. Dopo 24 mesi è tardi per fare un'analisi efficace, mentre monitorando tutto online è più facile fare ricerche sull'eccesso di velocità associata all'alcol o alle discoteche ecc. ecc. IRIS non può servire a prevenire gli incidenti ma può aiutare a conoscerli meglio e quindi in questo senso a prevenirli.

PI: In quest'ottica per lo sviluppo avete dovuto collaborare con la polizia?
ES: No no. Lo sviluppo è nostro anche perché loro non avevano le competenze tecniche. Le forze dell'ordine ci hanno guidato nella fase di conoscenza del problema fornendoci elementi di grande aiuto. Ma l'idea è partita anche da loro perché all'inizio il progetto era molto piccolo, poi si è evoluto proprio grazie ai suggerimenti. Il risultato finale insomma è frutto della loro conoscenza del problema e della nostra conoscenza tecnologica.

PI: IRIS vuole migliorare l'attuale conoscenza dei dati relativi agli incidenti stradali, come funziona?
ES: Prima c'è l'inserimento: si inseriscono i dati generali (data, ora, via, manto stradale...), poi i veicoli (targa, tipologia, peso, passeggeri...), poi i pedoni (se ci sono). Una volta confermato l'inserimento, l'applicazione ti dà un codice di protocollo duplice (dell'applicazione e cartaceo). Quando tutto è fatto il documento può essere consultato e modificato direttamente online e con facilità (cosa utile specialmente nel caso di scoperte successive all'archiviazione dell'incidente).

PI: Però è un servizio pensato anche per i cittadini
ES: Sì, ci sono anche funzionalità di contorno come la gestione delle info stradali, la profilazione degli utenti e l'accesso da parte degli stessi alle statistiche relative alla propria zona o da parte delle prefetture alle statistiche del territorio. Chiaramente infine, siccome spesso possono essere molto complesse, ogni query può essere salvata.

PI: Perché farne proprio un'applicazione web?
ES: Perché è 100% compatibile con qualunque client e perchè dalla parte delle forze dell'ordine c'è la possibilità di centralizzare i dati, oltre a consentire l'inserimento e la consultazione contemporanea a più enti, tutto in real time. Anche la manutenibilità ci ha fatto propendere per questa scelta. Abbiamo fatto tutto utilizzando ASP.net e Visual Basic.net su Microsoft SQL Server.

da PUNTO INFORMATICO del 11/03/07

27.3.07

L'Europa vissuta grazie alla tecnologia

Roma - L'Europa ha 50 anni, almeno come comunità di stati. Risale infatti al 1957 la firma dei trattati di Roma e l'applicazione del sistema comunitario come lo conosciamo ora. Così quest'anno il CIDE (Centro Nazionale di Informazione e Documentazione Europea) ha deciso di celebrare l'evento rispondendo alla grande domanda di informazione da parte del pubblico riguardo alle istituzioni, alle politiche e ai programmi dell'Unione Europea. Europèdia è una di queste risposte.

Il progetto si basa su una realizzazione di MAP Cross Communication, una società romana che si occupa di nuovi format di comunicazione per l'impresa pubblica e privata, e di 7th Floor, magazine free press dedicato alla comunità business e distribuito nelle grandi aziende italiane, ideato da Carlo Infante, Andrea Genovese e Stefano Diana. Europèdia è un'installazione itinerante che tocca le grandi piazze al chiuso italiane (come la Galleria Alberto Sordi a Roma) con un ambiente interattivo in grado di stimolare i sensi e le apparecchiature tecnologiche.

All'installazione è associato quello che viene definito un geoblog, una grande mappa d'Europa in stile Google Maps, marchiata con le tag degli utenti che indicano tutti i luoghi dell'Europa, da quelli istituzionali a quelli privati ed "emozionali", come li definisce Carlo Infante che (non nuovo a questo tipo di iniziative) si è occupato proprio del geoblog in particolare.

In più, l'area dell'installazione è coperta dal WiFi, invia messaggi Bluetooth ai telefoni abilitati ed è disseminata di "matrix code", codici a barre digitali che, letti dalle fotocamere dei cellulari che hanno installato il software appropriato, restituiscono stringhe di testo e URL a cui connettersi.

Dal punto di vista fisico l'installazione è formata da alcune postazioni "audio-interattive" che, quando qualcuno si siede, attivano e trasmettono alcune riflessioni di grandi pensatori sull'Europa. C'è anche un grosso monolite nero dotato di sensori di prossimità e di movimento che è formato da quattro pareti di monitor che mandano immagini e schermate con le quali è possibile interagire senza dover toccare nulla.

L'installazione sarà alla Galleria Alberto Sordi di Roma ancora per oggi, poi dal 30 marzo al 3 aprile sarà a Torino (Galleria San Federico) e dal 9 al 13 maggio a Lecce (Il Sedile). Proprio all'inaugurazione dell'esperienza Europèdia, Punto Informatico ha incontrato Carlo Infante e Andrea Genovese.

Punto Informatico: Europèdia è un progetto di conoscenza interattiva a quanto mi sembra di capire
Carlo Infante: Sì, Europèdia è un ambiente interattivo. Un progetto di comunicazione pubblica che fa dell'interattività la sua peculiarità. Bisogna fare attenzione però perchè l'interattività viene intesa in diversi modi e ormai è quasi diventata una parola svuotata di significati. Interazione non è solo cliccare sui pulsanti, ma va intesa come partecipazione, non sei solo consumatore di informazione.

PI: Fruitore di informazione ma anche produttore
CI: Sì, non sei solo consumatore di informazione ma produttore, coniugando l'informazione con la tua emozione, secondo il principio del prosumer, produci consumando contenuti. Con i blog abbiamo capito che gli utenti rilasciano informazioni, la soggettività è stata portata nella rete delle reti dai blog e ora Europèdia esporta questo modello comunicativo e lo allarga tramite il geoblog.

PI: In che modo?
CI: L'utente può leggere e informarsi sui luoghi istituzionali di dove è nata l'Europa: Ventotene, Taromina... E poi può postare i luoghi che hanno a che vedere con la sua Europa, intesa chiaramente come sentimenti. Perché l'Europa non è solo istituzioni ed uffici a Bruxelles! È nata nei luoghi dell'esilio o nei circoli dell'empatia e anche nei luoghi di villeggiatura dove la gente si è incontrata, i luoghi privati che si proiettano nella cosa pubblica. Ecco, questi sono quelli che chiamiamo i "Percorsi Emozionali".

PI: Ma qual è l'obiettivo di Europèdia?
Andrea Genovese: È un progetto di comunicazione pubblica interattiva, un nuovo format di design urbano e come tale si propone di veicolare e diffondere la cultura dell'unione in Europa. La cosa interessante è che quest'ambiente va a sollecitare i tuoi dispositivi sensoriali e tecnologici: quando entri nella galleria il tuo telefonino riceve messaggi bluetooth, il palmare sente la connessione WiFi (che copre un raggio di 100 metri) e poi c'è il grande monolite kubrickiano che sollecita i passanti con immagini e suoni.

PI: Il monolite di Kubrick ci interroga, quello di Europèdia che risposte dà?
AG: Il monolite è equipaggiato con un sensore di prossimità che fa partire la schermata all'avvicinarsi del soggetto mentre le webcam evitano l'interazione tramite touchscreen, che ormai ce l'hanno anche i bancomat. In questo modo c'è la magia dello specchio e dello sfioramento.
CI: Sì, il monolite è un nuovo modo di concepire un monumento. È l'iMirror, l'interactive mirror che ti rispecchia e ti consente di giocare con la visual poetry, una poesia interattiva che mette in relazione una lettura sia poetica sia politica dell'Europa.

da PUNTO INFORMATICO del 27/03/07

13.3.07

Open Source a scuola grazie a pc Ri-utilizzati

Bari - L'Istituto Tecnico Commerciale Giulio Cesare di Bari è tra i primi primi licei italiani a mettere in atto una sperimentazione che coniuga filosofia ed etica del software libero ed open source con il riciclo di computer ormai obsoleti.
TechnoSec, società di sviluppo di software libero, ha infatti dato vita a partire dal 2004 a Progetto TRIciclo, applicabile a qualsiasi organizzazione o ente, che si propone di rendere di nuovo operativi, grazie ai software basati su Linux, quei computer che ormai non possono più reggere i programmi Microsoft. Il progetto ha trovato molti riscontri presso le scuole superiori: solo nel liceo Giulio Cesare sono stati recuperati circa 30 pc che giacevano accatastati come rottami in uno stanzino rendendoli di nuovo operativi in forma di terminali grafici collegati ad un server centrale che ne gestisce il sistema operativo. Punto Informatico ne ha parlato con Marco Pennelli di TechnoSec.

Punto Informatico: Come si ri-utilizzano computer considerati obsoleti?
Marco Pennelli: Principalmente grazie al Linux Terminal Server Project che permette di collegare insieme una serie di computer che fanno anche il boot direttamente via rete, caricando così il sistema operativo dal server. E poi, dato che tutto quello che viene fatto dai client viene seguito dal server, questi PC possono anche non avere un disco fisso.

PI: Ma quanto sono "obsoleti" questi PC di cui parliamo?
MP: Diciamo che un client che viene recuperato può anche essere un pentium 100 con 32 MB di RAM e il server (che non può essere un PC riutilizzato ma necessariamente una macchina acquistata) di media potenza (dotato di almeno 2Gb di Ram) può elaborare i calcoli per 30 di queste macchine.

PI: C'è di mezzo anche il calcolo distribuito?
MP: In questo momento no. Inizialmente si pensava anche ad un discorso di clustering per fare calcolo distribuito sulle macchine, ma siccome non ci sono software liberi adeguatamente sviluppati abbiamo accantonato l'idea. Nel futuro sarà sicuramente possibile avere piccoli cluster nei supercomputer che con l'aggiunta di piccole macchine aumentino la potenza del cluster stesso.

PI: Perché spingere il software libero nelle scuole?
MP: Alle scuole questa cosa conviene perché risparmiano il 75% rispetto a modernizzare il proprio laboratorio e poi hanno qualcosa in più da offrire a docenti e studenti in termini di formazione.

PI: Già, perché non tutti sanno usare le piattaforme alternative
MP: Al momento stiamo facendo unicamente la formazione per i professori e sempre con loro stiamo valutando la possibilità di fare un percorso formativo per gli studenti. Anche perché quando i professori imparano a conoscere il software libero sono più sicuri e propensi a formare i ragazzi.

PI: Quali sono i software che insegnate ad usare?
MP: Innanzitutto utilizziamo EdUbuntu (una distribuzione educational, configurato proprio per il boot via rete) e diamo le basi per insegnarlo e poi ci occupiamo anche dei linguaggi di programmazione, insegnando magari Python al posto di Visual Basic e chiaramente OpenOffice da usare al posto di Office.

PI: Insegnate solo l'utilizzo tecnico o anche l'etica del free software?
MP: La prima cosa che facciamo è proprio spiegare l'ideologia del software libero e dell'open source, le differenze tra i due movimenti e le loro caratteristiche, perché sono nati e come si stanno evolvendo, perché non sono nati ieri ma molti anni fa.
Si fa quindi tutto un discorso di storia, dall'avvio di Unix fino a Linux parlando anche dei vari personaggi del panorama open source. Facendo così abbiamo ottenuto che i docenti si sentano parte di una comunità e trasmettano poi più facilmente quest'ideologia ai ragazzi. In più, stiamo anche discutendo sulla possibilità di far sì che studenti e docenti contribuiscano allo sviluppo di software liberi.

PI: Ma una cosa del genere non richiede molto più tempo di quello che possono offrire degli studenti di liceo?
MP: In un istituto tecnico c'è un'area di progetto che gli studenti devono fare ogni anno e consiste in qualcosa che loro realizzano e che accomuna varie materie e discipline. E solitamente quando c'è l'informatica di mezzo viene realizzato un software che accomuni più materie. Adesso quindi il progetto potrebbe essere di realizzare un software libero, utilizzabile anche da altre scuole (che magari possono anche contribuire). Ogni classe ne realizza un modulo.

PI: Ma per la sua specificità questa non è un'iniziativa più adatta alle università?
MP: Sì. Così com'era nato, TRIciclo addirittura era dedicato alle organizzazioni nel senso più generale, categoria nella quale potevano rientrare anche le Pubbliche Amministrazioni. Ma nelle università, almeno in Puglia, c'è più resistenza nel far entrare il software libero. Per questo noi cerchiamo di creare un clima che lo favorisca.

PI: Questo vostro primo esperimento è avvenuto in un istituto dove i ragazzi sono mediamente più preparati tecnicamente rispetto ad altri tipi di licei. Come pensa andrebbe un progetto simile in un liceo classico?
MP: Io penso che ci sarebbero sicuramente lati positivi nell'utilizzo. Per esempio in un liceo classico ci sarebbe decisamente più feedback sulla parte ideologica. E poi non bisogna dimenticare l'aspetto del risparmio di denaro per l'evoluzione del laboratorio informatico.

da PUNTO INFORMATICO del 13/03/07